Tra le storie e leggende giapponesi c’è quella del grande incendio Meireki (明暦の大火, Meireki no taika) o incendio del furisode. Scopriamo perchè è chiamato così.

L’incendio

L’incendio scoppiò durante l’inverno del 1657, il terzo dell’era Meireki, da cui prende il nome. Poichè alimentato dai forti venti che soffiavano da nord-nord ovest, i vigili del fuoco impiegarono tre giorni a domarlo. Infatti le fiamme si propagarono in fretta, tanto che già la prima sera l’incendio si era diffuso da Hongo, nel centro città, alla sponda opposta del Sumida, a Fukugawa e Kyobashi. Si pensa che l’incendio sia stato causato da un fuoco dentro o nei pressi di un’abitazione, successivamente alimentato dal vento.

Il secondo giorno la direzione del vento cambiò e le fiamme avvolsero alcuni edifici del castello di Edo, tra cui la torre; fortunatamente i vigili del fuoco riuscirono a contenere le fiamme e gli edifici principali del castello non subirono danni. Nonostante questi sforzi, per due giorni le rovine continuarono a bruciare e fu possibile stimare i danni solo molto dopo. Tuttavia non si conosce la vera entità dei danni; secondo le fonti, su circa 300.000 abitanti, il 25%-50% perse la vita nell’incendio Meireki, soprattutto la prima giornata. Inoltre, circa il 60% della città venne completamente distrutto e ci vollero più di due anni per la ricostruzione.

La leggenda

Questa leggenda giapponese ha nel furisode la causa dell’incendio Meireki. Il furisode è un kimono formale, con lunghe maniche, indossato dalle donne non sposate. Da qui il nome alternativo di Incendio del furisode o lunga manica di fuoco.

Un giorno una giovane, mentre stava passeggiando con la madre, vide un ragazzo di cui si innamorò a prima vista. Purtroppo, ogni tentativo di rintracciarlo fallì; i genitori donarono alla figlia un furisode con una fantasia simile al kimono dell’amato, per tirarle su il morale. Al contrario, la giovane cominciò a deperire sempre più, fino a morire all’età di 17 anni. I genitori allora decisero di donare il furisode al vicino tempio.

Successivamente, i monaci lo vendettero a un banco dei pegni e fu acquistato per un’altra ragazza; anche lei morì nel giro di un anno, a 17 anni. Anche i suoi genitori donarono il furisode al tempio, e ancora una volta venne venduto al banco dei pegni. Fu di nuovo acquistato per una ragazza, ma anche lei morì entro l’anno, a 17 anni. Quando il furisode ritornò al tempio, i monaci pensarono che fosse una strana serie di eventi. Dopo aver parlato con le tre famiglie, decisero di bruciare il furisode, ma qualcosa accadde. Subito dopo averlo gettato tra le fiamme del braciere, una ventata lo fece volare in alto: per un attimo sembrò una persona che fluttuasse in aria, e poi volò sul tempio, dandogli fuoco. Da qui l’incendio si propagò a tutta la città.

La ricostruzione di Edo

Durante la fase di ricostruzione, il governo di Edo sviluppò un piano urbanistico che ponesse l’attenzione sulla prevenzione ai disastri. I punti principali di questo piano furono sostanzialmente due.

Per prima cosa venne espansa la periferia, raddoppiando il raggio della città: in questo modo le residenze aristocratiche e gli edifici di culto ‘accerchiavano’ il centro. E’ durante questo periodo che lo shogun impose agli aristocratici di costruire grandi stagni o laghi all’interno dei propri giardini. Per saperne di più leggete qui l’articolo sui giardini giapponesi.

Durante la seconda fase del piano di prevenzione, vennero costruiti strade più ampie e un sistema di canali, che potessero contribuire a bloccare l’avanzamento delle fiamme.

I vigili del fuoco

Edo è sempre stata conosciuta come la città degli incendi, tanto che i vigili del fuoco (火消し, hikeshi) avevano una certa fama. Venivano infatti visti come eroi dalla popolazione e come specie di criminali dalle autorità, dal momento che tendevano a non rispettare molto le leggi e ad avere un atteggiamento estremamente spavaldo.

La particolarità dei vigili del fuoco di Edo era che ogni unità si riconosceva per degli stendardi (纏, matoi), che venivano posizionati per indicare e circondare la zona dell’incendio. Le varie unità che man mano arrivavano posizionavano i propri stendardi, fino a quando le fiamme non erano state domate. Anche questo era un procedimento un po’ particolare: la tecnica consisteva in mosse acrobatiche sui tetti per demolire gli edifici vicini, che facessero da barriera, invece di spegnere l’incendio direttamente.

Alcuni esempi di stendardi sono visibili al Tokyo Fire Museum a Shinjuku.

Featured image: By 田代幸春 (戸火事図巻(江戸東京博物館 Edo-Tokyo Museum :収蔵品)) [Public domain], via Wikimedia Commons

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